
Eteroclito. È stato difficile trovato l’incipit più adatto per presentare La sindrome dell’Orangerie, libro dell’autore francese Grégoire Bouillier ed edito in Italia da Edizioni E/O (che ringraziamo per la copia review, ndr). Qualora ve lo stiate chiedendo (sempre che non abbiate già fatto una ricerca su internet o lo sappiate di vostro) eteroclito è un sinonimo di strano. Nulla mi pare più adatto per descrivere questo volume. Perché? Proviamo a scoprirlo insieme.
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L’angolo del lettore – La sindrome dell’Orangerie
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In questa rubrica abbiamo avuto modo di raccontare thriller, horror, storie d’amore, figure storiche, fantasy e avventura ma questa volta faremo qualcosa di diverso. L’ambientazione di questo “gioco letterario” si sviluppa all’interno di un’ossessione tutta reale, artistica e profondamente geometrica. Benvenuti a Giverny, nei giardini di Claude Monet, e soprattutto all’interno delle sale ovali del Museo dell’Orangerie a Parigi.
Un’opera che diverte con intelligenza
L’autore, nei panni di una sorta di investigatore privato dell’anima e della storia dell’arte (il suo alter ego, Balthazar, affiancato dalla fidata e pragmatica assistente Penny), ci trascina in un loop mentale ipnotico (lo stile di scrittura ne è la prova più lampante). Al centro del tavolo c’è un mistero apparentemente assurdo: perché Monet, negli ultimi decenni della sua vita, ha dipinto quasi trecento tele dedicate sempre e solo allo stesso laghetto di ninfee? Cosa si nasconde dietro quella ripetizione che rasenta la follia? L’atmosfera che Bouillier respira, e ci fa respirare, non è quella sognante e romantica dei depliant turistici o che forse avete avuto modo di studiare sui libri d’arte (sottoscritto compreso). È un’ambientazione carica di tensione psicologica, dove i riflessi dell’acqua diventano indizi di un delitto metafisico, dove il giardino di Giverny si trasforma in una mappa costellata di trappole visive e dove i traumi della Prima Guerra Mondiale e della Perdita (sì, con la P maiuscola) si mescolano al colore a olio. È un’ambientazione a strati, densa, quasi asfissiante nella sua bellezza, capace di catturare il lettore come la più immersiva delle campagne di un gioco di ruolo investigativo.
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La penna di Bouillier si muove con un ritmo sincopato. Usa una prosa che mima il flusso di pensiero di chi sta cercando di risolvere un enigma apparentemente insolubile, alternando capitoli brevissimi a digressioni colte e ironiche, che ti portano a viaggiare nel tempo e nello spazio, visitando luoghi che pensavi impossibili partendo dalle Ninfee di Monet. È una meccanica narrativa che richiede attenzione: se perdete il filo di una singola associazione mentale, rischiate di ritrovarvi bloccati nella nebbia di Giverny senza sapere più quale azione compiere. Se accettate però le regole del gioco dell’autore, la soddisfazione di vedere l’incastro dei pezzi è totale. Difficilmente ho avuto modo di leggere un testo così appagante e sì, forse sono di parte a causa del mio percorso di studi ma tant’è.
La sindrome dell’Orangerie è un’opera che diverte con intelligenza, che spiazza per la sua ironia tagliente (memorabili i dialoghi serrati e un po’ surreali tra il protagonista e Penny) e che, sotto lo strato di bizzarria eccentrica, nasconde una profonda riflessione sulla cecità, sul lutto, sul senso dell’arte e su come l’essere umano cerchi disperatamente di dare un ordine al caos del mondo.
Il risultato dell’indagine, come le tappe del suo percorso, non sono presenti in queste righe e non sperate di trovarle nelle parole a seguire. È vero che l’autore è alla disperata ricerca di prove che possano avvalorare la sua tesi, trovare la causa della sua sindrome e quindi, anche per questo, esclude ciò che possa essere contrario ma poco importa. Alla fine della lettura avrete sicuramente imparato qualcosa (attenzione, non solo su Monet!) e non guarderete più le Ninfee con gli stessi occhi di prima…

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