
In Maledetti uomini, Andrev Walden ci accompagna — con ironia affilata e sorprendente delicatezza — dentro la sua infanzia e adolescenza. Il punto di partenza è già una dichiarazione d’intenti: sette padri in sette anni, almeno agli occhi del bambino che era. Un racconto dai toni a volte rocamboleschi e d’avventura, che porta il lettore nel mondo dell’autore e lo fa affezionare all’Andrev della storia.

L’angolo del lettore – Maledetti Uomini
Maledetti uomini è infatti insieme sia racconto che memoir e romanzo di formazione, dove la voce narrante gioca su un equilibrio sottile. L’Andrev bambino osserva, fraintende, registra; l’Andrev adulto rilegge, collega, sorride e aggiungi dettagli “dal futuro”. Il mix è un’alternanza di innocenza e consapevolezza che si bilanciano perfettamente, senza mai prevaricane uno su l’altro.
Sullo sfondo scorrono gli anni ’80 e ’90, tra nostalgia e citazione. I grandi eventi socio-politici, i riferimenti culturali, le mode giovanili e le icone che, chi c’era, riconosce al volo.
È dentro questo mondo che Andrev affronta le prime amicizie, i primi amori e le prime ingiustizie. E soprattutto, è in questa cornice che cerca, fin da piccolo, di dare un senso al mondo adulto e alle dinamiche familiari. Sono proprio queste a fare da motore della storia, in un certo senso. I sette padri sono altrettanti uomini che, in un modo o nell’altro, segneranno la sua vita, a volte con rigidità, a volte con fanatismi e, spesso, con violenza. Ed è qui che lo sguardo di Andrev risulta una scelta vincente. Il sè bambino osserva, ma non giudica. Con uno sguardo disarmato e disarmante ci mostra la brutalità della violenza domestica, fisica e psicologica, senza retorica. Andrev, in fondo, non ha gli strumenti di un adulto e, grazie alla sua prospettiva, la storia lascia spazio agli eventi, senza commenti superflui o pietisti. Walden mostra, è il lettore che deve processare.
Non temete però, Maledetti uomini non è un libro pesante. Come nel miglior stile nordico, Walden alterna i momenti più drammatici, a momenti in cui la logica infantile, nel tentativo di dare ordine al caos, strappa risate sincere.
Il tono è nel complesso ironico e si coniuga ad un ritmo fresco, quasi avventuroso, e un linguaggio incisivo. Crescere è una continua esplorazione e negoziazione con quel mondo di cui, col tempo, Andrev capisce sempre più e a cui si avvicina.
Il risultato è un romanzo autobiografico che ci conduce per mano dalla perdita dell’innocenza al preludio della giovinezza, toccando temi sensibili senza mai perdere leggerezza. Non possiamo che tifare per Andrev, nelle sue (dis)avventure, mentre affronta il compito più complicato di tutti — diventare grande. Ringrazio Iperborea per avermi dato la possibilità di leggero e, in conclusione, ve lo consiglio di cuore!
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