
Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo non è solo un libro ma un racconto di cosa significhi vivere a Gaza durante la guerra. Il testo raccoglie infatti quattro testimonianze di altrettante donne che hanno vissuto (e stanno ancora vivendo) l’orrore della guerra.

L’angolo del lettore – Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo
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Costrette a sfollare, fare la fame, vedere le proprie famiglie morire, queste donne trovano il coraggio di raccontare ciò che accade. E, facendolo, scoprono che la scrittura ha un potere non solo terapeutico, ma politico. Scrivere delle loro esperienze diventa una forma di resistenza: permette di affrontare il genocidio, raccontarlo a chi ne è lontano e mantenere la propria dignità di esseri umani. È anche un modo per aggrapparsi alla vita e non cedere agli eventi. Vediamo quattro donne che devono affrontare la guerra con tutta la sua violenza e continuare a vivere. Preparare gli esami, trovare un rifugio per i nipoti, tenere lezioni, partorire. La vita va avanti. La guerra non cancella le incombenze quotidiane, ma le rende più difficili. Leggiamo della difficoltà di approvvigionamento del cibo, della gioia di trovare un uovo per fare una torta di compleanno.
E vediamo quanto il dolore sia, contemporaneamente, uno strumento divisivo e d’unione. I diari raccontano quanto comunicare e rimanere in contatto sia difficile. E quanto sia difficile, per amici e parenti lontani, comprendere fino in fondo ciò che stanno vivendo.
Le comunicazioni sono instabili e, quando saltano, spesso accompagnano un attacco da terra.
Avere accesso alla rete telefonica serve sia per sapere cosa sta accadendo che per portare avanti la quotidianità, come sostenere degli esami. Da una parte, veniamo a conoscenza di una famiglia che non sapeva della tregua, perché era tagliata fuori da Internet. Dall’altra, della figlia di una delle scrittrici che, per un problema tecnico, non può superare un esame per cui si era tanto preparata.
Il testo, però, non mostra solo, come accennato, la guerra come strumento divisivo. Ci mostra un popolo che si organizza e coopera per affrontare il dolore e le difficoltà quotidiane. Allora nascono gruppi di acquisto per poter bere una tazza di caffè o collaborazioni per avere una pagnotta di pane. Nei diari ci sono tanta paura e dolore, ma anche amore e resilienza. C’è la voce di chi sopravvive e spera in un futuro migliore. C’è la gioia di ritrovare i propri cari dopo mesi, di poter guardare, anche solo per una sera, i propri show preferiti. La gioia di una nuova vita che, con tutte le difficoltà del contesto, viene al mondo.
Il libro è un testo molto difficile. Non lo si può leggere per evadere, non è un’opera di fantasia d’altronde. Si rivela, invece, uno strumento contro l’indifferenza. Perché non si possono leggere questi diari senza provare un profondo sconvolgimento emotivo.
Inoltre, non è un semplice resoconto dei fatti. Contiene il racconto delle emozioni e dei pensieri di chi sta vivendo il genocidio, spingendoci inevitabilmente a interrogarci. È uno strumento per conoscere la guerra, non solo attraverso i notiziari, ma attraverso la voce di chi la vive in prima persona.
L’opera offre anche una riflessione sul peso che la guerra scarica sulle donne. Dal reperire prodotti igienici al vivere un parto durante il conflitto, fino all’impossibilità di uscire liberamente dalle tende, raccoglie testimonianze sulla forza femminile e sul peso che le donne, anche in circostanze eccezionali, devono affrontare.
Il testo è però anche una riflessione sul valore della cultura, dell’arte e della scrittura nel mantenerci umani. Una forma di resistenza che può sembrare sottile, ma ha un grande potere. Una resistenza che può raggiungerci e scuotere le nostre coscienze in modo tutt’altro che delicato.
Infine ringrazio Blackie edizioni per avermi dato modo di leggere questo testo così importante. Mostrandoci come la guerra si insinui nei gesti più ordinari — studiare, festeggiare un compleanno, restare in contatto con i propri cari — il libro fa riflettere su quanto fragile sia ciò che consideriamo normale.

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