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La Casa di Carta – Recensione

La Casa di Carta - Recensione

Ho voluto attendere l’arrivo (e la visione) della seconda parte per poter scrivere questa recensione. Dopo aver visto il primo spezzone di episodi la tentazione di parlare de La Casa di Carta era forte, fortissima. Questo perché, non lo nego, la serie TV spagnola è diventata una delle serie più belle che abbia mai visto e lo dico con piena coscienza. Mi ha colpito, mi ha sorpreso e mi ha conquistato come poche altre produzioni hanno saputo fare. Mi sono avvicinato alla creazione di Álex Pina in maniera “diffidente” e senza troppe pretese e la verità è che ne sono stato folgorato.
Berlino. Mosca. Tokyo. Rio. Nairobi. Oslo. Helsinki. Denver. Non si tratta di un bizzarro (e costoso) tour in giro per il mondo ma sono i nomi dei protagonisti de La Casa di Carta, serie TV disponibile su Netflix. Dietro queste città si nascondo delle persone, dei rapinatori con storie e caratteristiche proprie che vogliono mettere a segno il colpo più grande e sensazionale di tutta la storia. E poi c’è lui. Il Professore.

Il colpo del secolo
Non voglio utilizzare le prossime righe per sviscerare la trama di questa serie TV perché, nel farlo, potrei rompere tutta quella magia che la produzione spagnola è stata in grado di donarmi sin dal primo episodio. La Casa di Carta è questo, un fulmine a ciel sereno. Giusto per non tralasciare del tutto i contenuti, vi basti sapere che questo gruppo di ladri, guidati dal già citato Professore, tenteranno il colpo del secolo: derubare la zecca di Spagna senza, di fatto, rubare soldi a nessuno. Solo questo potrebbe bastare per aprire pagine e pagine per questa recensione, analizzarne le dinamiche, le azioni compiute nell’edificio, gli ostaggi e le loro reazioni, le decisioni prese e gli imprevisti.
Per realizzare un colpo di queste proporzioni serve attenzione, preparazione e profonda cura per ogni minimo dettaglio. Ed è qui che La Casa di Carta riesce a dare il meglio di sé: la trama si snoda come una partita a scacchi dove nulla, credetemi, è lasciato al caso. E ve ne renderete conto a ogni episodio, e ogni volta con maggiore sorpresa. Si giunge infatti a un momento, specialmente nella seconda parte, dove non crederete più a eventuali sorprese e invece no: La Casa di Carta continua a stupire, episodio dopo episodio, passo dopo passo, fino alla fine.

Il meglio del meglio
La trama, scritta e diretta in maniera magistrale, è condita da un racconto fuori campo di Tokyo, una delle donne della banda, e con continui salti temporali nel passato, utili a mettere tutti i pezzi del puzzle al loro posto. Oltre a questo non sono stati trascurati gli altri elementi che caratterizzano una serie TV. Mi ripeto, nulla è stato lasciato al caso.
Le note di “Bella Ciao” (proprio la nostra bella ciao) fungono da vera e propria colonna sonora, diventando il motivo musicale preponderante, il filo conduttore in grado di accompagnare le vicende come un ritornello che riecheggerà in testa. Con questo sottofondo storie così diverse ma con così tanti punti in comune si vanno a intrecciare come un tessuto che, filo dopo filo, va a creare un capo o un tappeto. I rapinatori non vengono scelti a caso dal Professore: ognuno di loro ha una storia, un passato e un bagaglio di emozioni che ne condizioneranno volente o nolente le scelte e i comportamenti.
Parlare de La Casa di Carta, me ne rendo, non è facile. Il turbinio di emozioni sono travolgenti e impediscono un ragionamento quantomeno parzialmente logico e razionale. Proverò quindi a fare più chiarezza, tenendo presente quanto già scritto. Perché La Casa di Carta è una serie che mi ha colpito così tanto? Cos’ha di speciale?

Cercherò ora di rispondere con ordine: Primo, gli attori. La scelta del cast è stata ottima e, come detto in fase di presentazione, c’è lui, il Professore. Sono diversi i personaggi che spiccano in questa serie TV (posso citare Berlino, Tokyo o l’ispettore Raquel Murillo) ma nessuno è come il Professore, la mente che ha ideato il colpo e di cui ne tira i fili come un burattinaio. L’interpretazione di Álvaro Morte rasenta la perfezione perché, a suo modo, riesce a interpretare più di un personaggio restando sempre se stesso, il Professore. Anche gli ostaggi, seppur presenti in maniera “marginale” riescono a dare il giusto contributo per la riuscita della serie.
Secondo, la trama. L’intreccio e la struttura con flashback non regalano un solo istante di noia. Attraverso i 22 episodi presenti Netflix, lo confesso, non ho mai incontrato un momento di stanchezza che mi abbia fatto desistere dalla visione di quell’episodio specifico. Il ritmo incalzante e coinvolgente sono trascinanti, senza scampo.
Terzo, gli elementi nascosti. Nella serie TV spagnola non spagnola non mancano storie d’amore, intrecci personali, drammi e risate. È come un piatto ricco e perfettamente condito in grado di saziare il più ricercato appetito. Non mancano citazioni da altri campi, dall’arte (preponderante) ai videogiochi (i fan di David Cage sanno di cosa sto parlando) passando per il mondo del cinema. La Casa di Carta ha tutto quello che si cerca in una produzione di questo tipo e, se non lo avete ancora fatto, è giunto il momento di prendere parte al colpo del secolo.


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