Honey Don’t – Recensione

Il ritorno di Ethan Coen

Honey Don’t - Recensione

Ethan Coen torna a dirigere Margaret Qualley nel nuovo capitolo della trilogia queer ideata con la moglie Tricia Cooke: novanta minuti di sexy delirio un po’ troppo kitsch. Ma ha anche dei difetti.

Honey Don’t – La nostra recensione

Dimenticatevi tutto quello che avete visto dei Fratelli Coen, da Lebowski a Fargo, dall’infatuazione western alle commedie più stralunate e surreali. Fatto? Bene.

Oggi, infatti, parliamo di Honey Don’t, secondo capitolo della Trilogia di film lesbici di Serie B  ideata da Ethan con la sua compagna di vita (e collega) Tricia Cooke

Ciascuno dei tre film racconta una storia autoconclusiva che vede come personaggi centrali figure femminili forti, tenaci e lesbiche. Il progetto – racconta lo stesso Cohen – nasce circa venti anni fa e ha finalmente visto la luce, in una fase della sua carriera in cui il cinema sembra un piacevole divertissement. 

La coppia Coen – Cooke unisce elementi hard boiled alla sensualità  sporcacciona à la Russ Meyer ottenendo un prodotto citazionista e divertente, senza troppe pretese.

Il primo capitolo, Drive Away Dolls, è uscito lo scorso anno nella sale ed  ora disponibile su Netflix. Il film è passato (quasi) sotto silenzio, provocando più di una perplessità anche ai completisti e ai fan più accaniti dei Coen.  In poco meno di novanta minuti, Coen gira un B – movie piacevole, low budget (coperto dai 7 milioni incassati nel mondo) ma trascurabile.

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Anche in Honey Don’t, la protagonista è Margaret Qualley, consacrata a star internazionale da The Substance. Qualley interpreta Honey O’Donahue, detective privata. L’investigatrice indaga sulla morte  di Mia, giovane donna trovata senza vita a bordo di un’auto. L’ipotesi di incidente stradale non convince la protagonista. Intorno a lei, ruotano diversi personaggi bizzarri. Il più sospetto è il Reverendo Drew Devlin (Chris Evans in grande spolvero), un sacerdote a capo di una setta che si occupa dei bisogni dei suoi fedeli, qualsiasi essi siano, dalla droga al sesso promiscuo. C’è DG Falcone, una poliziotta che ha una mezza storia con Honey e le passa le informazioni utili per le indagini. C’è il detective Marty Metakawich (Charlie Day) che ci prova costantemente con Honey, non considerando possibile il disinteresse della donna per lui.

C’è la famiglia numerosa di Heidi, la sorella di Honey. La primogenita, Corinne, è un’adolescente dal look dark che ha una storia con un coetaneo un po’ troppo violento. C’è una misteriosa donna francese che gestisce per conto di un’organizzazione criminale il traffico di droga che vede coinvolto Drew. Tutte queste storie si intrecciano fino ad una risoluzione finale poco realistica, ma divertente.

Ciò che colpisce di Honey Don’t è la scrittura dei personaggi femminili: le donne rappresentano in toto il Sesso Forte, contrapposto a figure maschili caricaturali, boriosi e ignoranti. Emblematica la scena in cui Honey copre un adesivo MAGA con uno sticker ancora più potente: Ho una vagina e voto

Il femminismo spregiudicato, audace e un  (troppo? Naaah!) sfacciato del film è il fulcro dell’intera narrazione, dove al posto di machi in stile Ispettore Callaghan c’è invece Honey, un’arguta e ironica femme fatale che ama le donne, l’alcol, i sex toys e la giustizia, ma solo quando è veramente uguale per tutti. 

Se fosse una graphic novel, Honey Don’t sarebbe un fumetto di Guido Crepax e Milo Manara, maestri di eros ed ironia. Stiamo parlando dunque di un piccolo gioiello del cinema indipendente? No, per niente. Tutto già visto, tutto prevedibile e la risoluzione del caso è  approssimativa e non del tutto realistica. Ma il risultato finale è convincente: buon ritmo, buon bilanciamento tra dramma e commedia, ottimi cast e regia. Perché privarsi di 90 minuti di delirante intrattenimento?

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Informazioni su Mauro Orsi 206 Articoli

Lettore compulsivo, appassionato di cinema e musica. Ama le storie: raccontate, vissute, disegnate, cantate, scritte o sognate. Insomma di tutto, un po'(p).

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