La Sirenetta – Recensione

Prima guardare, poi giudicare

La Sirenetta - Recensione

Il 24 maggio esce al cinema la versione in live action di un grande classico Disney degli anni ‘90: La Sirenetta. Il film è stato preceduto da grandi (o comunque rumorose) polemiche per la Halle Baily come Ariel. Invasione del politically correct? No. Ora possiamo parlare del film, finalmente.

La Sirenetta – La nostra recensione

Negli anni ‘70, uno degli slogan più noti in ambito pubblicitario era quello di Aiazzone. Provare per credere. In quel caso, si faceva riferimento alla qualità dei mobili. Ora proviamo ad applicare questo simpatico ed efficace postulato di marketing al film in questione, la Sirenetta. Negli ultimi mesi, il film di Rob Marshall (Chicago, Memorie di una Geisha, ma anche il Ritorno di Mary Poppins e Into the Woods) è stato al centro dell’attenzione per le scelte legate al casting, in particolare per la scelta di un’attrice non caucasica (ovvero non bianca) per interpretare Ariel. 

Sicuramente gli ultimi classici in live action – utili remake per mantenere i diritti cinematografici sui titoli in questione – non sono stati memorabili; inoltre, l’enorme offerta di titoli Disney al cinema e sulla piattaforma (compresi i titoli legati a Marvel e Star Wars) ha portato pubblico e critica a storcere il naso e a pensare che la quantità abbia preso il sopravvento sulla qualità. Tuttavia risulta difficile comprendere si sia sviluppato questo accanimento verso un film non ancora distribuito. Ora è il momento della verità: La Sirenetta arriva nelle sale. E il film è assolutamente apprezzabile. 

La sceneggiatura e i dialoghi sono costruiti sulla falsariga del film d’animazione, concedendosi qualche ulteriore licenza nello svolgimento e nella colonna sonora. Il film può essere diviso in due parti, divise dall’accordo tra Ariel e Ursula, la strega del Mare e sorella di Re Tritone, padre di Ariel. 

Nella prima parte, che si svolge in fondo al mar (scusate non ho resistito), il ritmo della narrazione è un po’ fiacco, perde la dinamicità della narrazione e anche il lavoro della CGI non è memorabile. Risulta sicuramente interessante l’approfondimento delle dinamiche familiari tra Ariel e il padre e tra il Principe Erica e la madre adottiva, la regina Selina. 
Lo scontro generazionale è inserito in un contesto più ampio di reciproca diffidenza tra il popolo degli umani e quello del mare. Assume maggior spessore anche Grimsby, il maggiordomo e mentore del principe Eric: una figura adulta che riesce a comunicare e comprendere il desiderio del giovane di voler scoprire ed esplorare il mondo, anziché regnare rimanendo “prigioniero” nel suo castello.
Quando la giovane e innamorata Ariel arriva sulla terraferma, il film acquista ritmo e lo spettatore si trova immerso (!!) nel tentativo dei maldestro di aiutare Ariel a conquistare Eric.

Spoiler
Ursula, oltre a togliere la voce alla sirena, le fa un incantesimo: Ariel non sa che ha tre giorni per baciare il principe e diventare un essere umano per sempre.

Nonostante la durata esagerata – 135 minuti – il film è più che buono. Piacerà a tutta la famiglia e anche i nostalgici non dovrebbero avere molti elementi su cui recriminare.

Anche senza essere un fan sfegatato, sono parte dei nostalgici: ho visto il film d’animazione al cinema, ritornando più volte per trovare posto: tutte le proiezioni erano sold out! Sono passati trent’anni, il mondo del cinema è cambiato – ci sono lo streaming, i social, gli shitstorms, i leoni da tastiera, il politically correct, il “non si può dire più niente”, i meme, i boomers e la consacrazione della CGI come utile strumento per migliorare l’estetica del film. In sintesi, la tecnologia è entrata maggiormente, nella nostra quotidianità, soprattutto a livello di comunicazione. Non è sicuramente un giudizio ma un dato di fatto. 

Alla luce di questo inquadramento socio – culturale, cosa penso de La Sirenetta del XXI secolo?

Pur avendo qualcosa da dire sul casting, la scrittura dei personaggi è interessante: Ariel e Eric sono due adolescenti molto vivi, alla ricerca di loro stessi e un grande desiderio di conoscere il mondo. Mantengono il loro temperamento comico il granchio Sebastian e la gabbianella (!) Scuttle. La colonna sonora si conferma un punto di forza (già nel 1989 aveva vinto due Oscar) e l’interpretazione di Mahmood – voce di Sebastian – è una scommessa vinta. Potremmo sicuramente discutere della scelta di talent per doppiare, ma in questo caso il lavoro del giovane interprete di Soldi e Brividi non sfigura per niente.

Per quanto riguarda il cast, i due protagonisti Halle Baily e Jonah Hauer King risultano poco espressivi. Per correttezza, segnalo di aver visto la versione doppiata del film, ma l’impressione è che tutti i nomi che erano girati (Harry Styles e Zendaya su tutti) avrebbero fatto un lavoro migliore. Le due superstars Javier Bardem (Re Tritone) e Ursula (Melissa McCarthy) sembrano divertirsi molto nella parte dei fratelli coltelli; soprattutto colei che per molti di noi sarà per sempre Sookie è veramente a suo agio nella parte di una dei villain più inquietanti della discografia Disney. 

Ma quindi, perché tutte queste polemiche PRIMA dell’uscita del film?

Sarebbe davvero interessante capirlo. Si è parlato di blackwashing, di dittatura delle minoranze e altre scemenze (o almeno, lo sono, per chi scrive). Ma perché tutte queste polemiche prima della visione del film? Da amante del mondo Disney e convinto sostenitore dell’inclusione sociale, trovo anche io che alcune scelte artistiche del colosso dell’intrattenimento non siano sempre state azzeccate. Tuttavia tutto ciò che può aiutare a conoscere e rappresentare la realtà in tutte le sue sfaccettature è un punto di forza. Siamo in una società multietnica, improntata sul riconoscimento delle minoranze e al lavoro per un’integrazione non solo di facciata. Ma il percorso è solamente all’inizio. Vedere in film e serie tv coppie omogenitoriali, un personaggio sulla sedia a rotelle, un protagonista orientale o africano è un messaggio bello e significativo, anche non può diventare una regola da applicare, così come non si può considerare funzionale alla crescita culturale della società la cancel culture o l’allontanamento di un regista, produttore o attore per un post social di diversi anni prima. Il politically correct non può essere usato come abile strategia di marketing perché portare avanti certi ideali non può essere solo facciata. Diventa, comunque, incomprensibile come la lotta contro questo (finto o vero?) “ammodernamento” de La Sirenetta abbia creato questo dibattito. I film non sono né la soluzione, né il problema. Che dire dunque su questa Sirenetta nera?

Se guarderete il film, vedrete che le sette figlie di Tritone hanno tratti somatici differenti. E sono sette. Come gli Oceani. Coincidenze? Lasciate un po’ di complottismo anche a me!

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Informazioni su Mauro Orsi 134 Articoli

Lettore compulsivo, appassionato di cinema e musica. Ama le storie: raccontate, vissute, disegnate, cantate, scritte o sognate. Insomma di tutto, un po'(p).

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